AMERICAN GIGOLO' & CRUISING. TRA EROS E THANATOS
Ripercorriamo la storia di due classici (nel bene e nel male) del cinema americano degli anni ‘80.
AMERICAN SEX
L’inizio degli anni ‘80 coincide con l’uscita nelle sale di due opere che affrontano il tema del sesso da due angolazioni opposte suscitando un dibattito senza precedenti nei media di tutto il mondo. E’ un’epoca, quella della fine degli anni ‘70, in cui il cinema è ancora un potente mezzo espressivo capace di suscitare discussioni tra gli intellettuali e di coinvolgere il pubblico. Le due opere in questione sono dirette da due autori tra i più interessanti del cinema americano degli anni ‘80, William Friedkin e Paul Schrader. Se Friedkin è già conosciuto in tutto il mondo per due opere magistrali, Il braccio violento della legge, datato 1971, e il seminale L’Esorcista, del 1973, Schrader è uno degli autori emergenti della nuova Hollywood. Ha al suo attivo le sceneggiature di Taxi Driver e Toro Scatenato e ha diretto due lungometraggi di nicchia ma molto apprezzati dalla critica, Blue Collar e Hardcore. Diversa è anche la formazione culturale. Friedkin è un autodidatta che ha iniziato come fattorino presso l’emittente Tv WGN di Chicago mentre Schrader proviene da una famiglia protestante piuttosto rigida e fino all’età di 18 anni non ha mai visto un film. Friedkin ha un approccio documentaristico al suo cinema, scevro da giudizi morali, mentre Schrader, che ha ereditato dai suoi genitori la formazione religiosa, è ossessionato dai temi centrali del cristianesimo, il perdono e la redenzione in primo luogo, oggetto centrale di tutti i suoi lavori.
E così American Gigolò e Cruising rappresentano due lati della stessa medaglia che hanno come soggetto principale il rapporto dell’America con il sesso.
AMERICAN GIGOLO’: UN NEO NOIR
Lo scrittore Brett Easton Ellis nel suo saggio Bianco (edito da Einaudi) dedica un capitolo al film di Schrader per il quale nutre un’ammirazione sconsiderata. Dice Ellis: “A posteriori l’impatto che American Gigolò ha avuto su di me è impossibile da quantificare, e non si tratta della grandezza del film - non è un gran film, cosa che trova d’accordo anche il regista - ma della maniera in cui ha cambiato il nostro modo di guardare gli uomini e di considerarli oggetti, e di come ha alterato il mio modo di pensare e vivere a Los Angeles: in questo, la sua influenza è stata enorme e innegabile.” In quest’ottica American Gigolò è più importante per l’impatto culturale e sociologico che ha avuto negli Stati Uniti, che non per la sua qualità filmica.
La storia di American Gigolò è abbastanza semplice. Julian Kay è un prostituto d’alto bordo che passa le giornate a vendere le sue attenzioni a ricche vedove o a mogli annoiate. Guadagna molto bene, frequenta locali esclusivi quali Ma Maison, Perino’s, Scadia e Le Dome, veste Armani e parla sei lingue. Un giorno l’uomo s’invaghisce di Michelle (interpretata dalla ex modella Lauren Hutton), moglie di un influente senatore, ma è accusato dell’omicidio di una sua cliente. Da questo momento il film si tramuta in un thriller investigativo che vede Julian cadere dal piedistallo di vetro sul quale aveva poggiato la sua vita per confrontarsi con la realtà e con i sentimenti reali. Quello che però è importante è l’estetica dell’opera, seducente e fascinosa. American Gigolò è un neo noir assolato e minaccioso che intercetta al momento della sua uscita qualcosa della new wave di fine anni ‘70, minimalista e chic, lussureggiante e corrosiva (per usare due definizioni di Brett Easton Ellis) con un che di gay, cosa molto diffusa nel panorama dell’epoca. Il pubblico non ha mai visto sullo schermo un uomo trattato come oggetto nel modo in cui lo interpreta Richard Gere. Questi, appena trentenne, dona al suo Julian quello charme e quell’indifferenza che ne fanno una star degli anni ‘80 insieme a John Travolta, che tra l’altro doveva essere il protagonista della pellicola. La musica di Blondie nei titoli di testa esplode come un inno anche se il film, come si è detto, è un noir reso ancora più elettrico dalla colonna sonora del nostro Giorgio Moroder. Quello che fa di American Gigolò un’opera d’autore, prodotta dalla Paramount e da Jerry Bruckheimer (il produttore di Top Gun, per intenderci), è l’approccio etico che Schrader ha della materia, così intrisa dal profondo sentimento di peccato e redenzione, al punto da arrivare ad omaggiare nel finale Robert Bresson con un’inquadratura letteralmente rubata a Pickpocket-Diario di un ladro.
Per Schrader il protagonista della pellicola fa parte della cosmogonia di personaggi che popola la sua filmografia. Julian è il negativo di Travis Bickle. Se quest’ultimo in Taxi Driver rappresenta la solitudine e l’isolamento dell’americano medio dopo la guerra in Vietnam, il protagonista di American Gigolò, pur essendo un edonista è in realtà anch’egli un solitario, incapace di un contatto umano autentico. Insieme a film come Lo spacciatore e The Walker (incentrato su un accompagnatore di mezza età) American Gigolò fa parte di una tetralogia sull’uomo comune americano.
All’uscita nelle sale il film suscitò sentimenti contrastanti. Roger Ebert sul Chicago Sun-Times ne apprezzò lo studio sulla solitudine mentre Gene Siskel sul Chicago Tribune lo descrisse come un dramma onesto e avvincente. Di diversa opinione Vincent Canby di The New York Times, che bollò il film come ridicolmente confuso, mentre Variety criticò l’impossibilità da parte dello spettatore di empatizzare per un personaggio così alienato. Come spesso accade il giudizio è cambiato radicalmente negli anni e oggi American Gigolò è riconosciuto come un capo d’opera del neo noir.
Dalla costa Ovest alla costa Est il salto è siderale, sia dal punto di vista geografico che da quello autoriale.
CRUSING, UN PROGETTO MALEDETTO
Cruising ha una storia controversa. Nella New York di fine anni settanta un serial killer miete vittime tra i night club clandestini di Manhattan dove i gay si riuniscono per ballare, bere e avere incontri promiscui. Al Pacino interpreta Steve Burns, un giovane poliziotto incaricato di entrare sotto copertura nel mondo dei bar sadomaso per scoprire il responsabile degli omicidi. La sua trasformazione, all’inizio soltanto apparente, diventa sempre più immersiva fino a lasciare il protagonista in una sorta di confusione sulla sua sessualità e sulla sua reale natura. Il caso alla fine troverà una apparente risoluzione ma lascerà molti dubbi nello spettatore...
Reduce dal fiasco de Il salario della paura, remake del capolavoro di Henry Clouzot Vite Vendute, William Friedkin cerca il riscatto a Hollywood. I tempi del cinema d’autore però sono stati spazzati via dai blockbuster di George Lucas e Steven Spielberg e l’approccio cupo, nichilista e documentaristico del regista è oramai superato dall’ottimismo reaganiano che imperversa negli States. Quando, dunque, il regista decide di trasporre sullo schermo il romanzo di Gerald Walker il fallimento è annunciato.
Nel 1979 sul Village Voice, il settimanale della controcultura newyorchese, il cronista Arthur Bell, che si occupa della comunità gay, scrive una serie di articoli sulle morti e gli omicidi di cui è teatro il West Village. A rendere ancora più cupa l’atmosfera della Grande Mela si aggiungono gli omicidi nel Meatpacking District, un quartiere del Lower West Side denso di locali sadomaso. Bell racconta nei suoi articoli di corpi fatti a pezzi e gettati in sacchetti di plastica nel fiume Hudson. Le morti inspiegabili e i brutali omicidi suscitano l’attenzione di Friedkin che chiede aiuto all’ex poliziotto Randy Jurgensen, già consulente per Il braccio violento della legge. Jurgensen fa da Virgilio al regista conducendolo nei locali teatro degli eventi. Nella sua biografia Il buio e la luce (Mondadori) il racconto che il regista fa di questo sopralluogo nei locali più dark di New York è sconcertante. Egli, infatti, racconta di pratiche sado maso e sesso estremo praticato davanti tutti dove, per dirla con le sue parole: “Ogni possibile fantasia omosessuale veniva realizzata; e per quanto potessero essere degradanti, chi vi partecipava era sempre consenziente.”
Nel frattempo, dopo poche settimane di indagini, l’omicida viene arrestato e Friedkin rimane a bocca aperta quando scopre di conoscerlo. Si tratta di un certo Paul Bateson che ha avuto la piccola parte dell’aiuto radiologo ne L’esorcista. Friedkin ottiene il permesso di parlargli in carcere scoprendo così che questi è il responsabile di altri efferati omicidi.
Dopo questo incontro Friedkin decide di realizzare la pellicola: “I miei contatti con la polizia e la comunità gay mi avevano dolorosamente reso consapevole dell’omofobia, delle violenze e delle umiliazioni che subivano gli omosessuali e volevo che il film riflettesse tutto ciò.”, attesta nella sua biografia, ma la strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni e il talentuoso regista lo scopre presto a proprie spese.
Per il ruolo da protagonista, dopo avere opzionato Richard Gere, è scelto Al Pacino, all’epoca una star, ingaggiato con un cachet di 3 milioni di dollari su un budget complessivo di sette. La reazione negativa al film comincia già prima delle riprese e le proteste diventano sempre più plateali rendendo la lavorazione quasi impossibile. Centinaia di dimostranti sono sempre presenti sul set e insultano la troupe e il cast mentre i rapporti tra il regista e il suo attore diventano conflittuali a causa del disinteresse plateale di Pacino per il ruolo, intimorito quest’ultimo dal caos mediatico. Come se non bastasse, l’attore si rifiuta di partecipare alla promozione del film, oramai consapevole dell’errore commesso, cedendo poi il suo compenso a varie associazioni di beneficenza, comprese alcune a sostegno della comunità gay. Nella sua recente biografia Sonny Boy (edita da La nave di Teseo) Pacino disconosce il film ritenendolo un grave errore nella sua filmografia, criticando inoltre Friedkin per la scarsa sensibilità nei confronti della comunità gay. Pacino ammette anche di avere affrontato il suo lavoro senza un’adeguata conoscenza delle problematiche connesse.
POLEMICHE E BOICOTTAGGIO
Cruising è, dunque, boicottato dalle associazioni gay che accusano Friedkin di omofobia, nonché di rappresentare un’immagine distorta della cultura omosessuale americana. Il copione subisce numerose modifiche e all’uscita nei cinema la casa di produzione indipendente Lorimar impone dei tagli severi per evitare la temuta X, che non evitano tuttavia il flop economico e critico del film. Elementi chiave della psiche di Al Pacino sono alterati in modo da lasciare ambiguo il suo personaggio - senza il consenso dell’attore che si infuria - ma contribuendo anche a un senso di confusione circa le reali motivazioni di quest’ultimo. Al termine della storia, infatti, ci domandiamo se il poliziotto è bisessuale oppure no, se ha ereditato la vocazione omicida dell’assassino, oppure è tornato alla sua vita normale. Inoltre nel film la discesa di Pacino nel nuovo mondo non è mai chiara. Nei momenti chiave della storia non capiamo se il protagonista ha dei rapporti gay oppure no. La domanda, pertanto, sorge spontanea: perché raccontare una storia simile se non si ha il coraggio di chiarire le azioni del suo personaggio principale? Friedkin ha paura di offendere qualcuno? Allora perché scegliere quest’argomento?
La stessa indagine sull’omicidio è in apparenza complicata ma la verità è che la struttura narrativa è un disastro. Non dovrebbe avere troppa importanza perché il film parla del coinvolgimento progressivo di Pacino nella cultura gay ma la storia, come abbiamo detto, elude questo argomento lasciandoci senza risposta.
Cruising è girato con maestria da Friedkin, grazie anche al lavoro di James Contner che realizza una fotografia monocromatica dominata dal blu ma è facile capire perché sia stato un fiasco senza precedenti e abbia sotterrato per sempre la carriera di Friedkin.
C’è da dire che, rivisto a quasi 50 anni di distanza, in una versione integrale edita in BluRay e in 4k dall’inglese Arrow Video, il film risulta ancora oggi disturbante. Tutte le opere di Friedkin sono fonte di disagio. Pur apprezzando il lavoro del regista ammetto che vederle non è certo una fonte di piacere. Friedkin è, infatti, un maestro nel mettere in difficoltà lo spettatore con quello che il critico Roger Ebert definisce, a proposito de L’Esorcista ma lo stesso si può dire per Cruising, un assalto frontale al pubblico. il regista non compiace mai lo spettatore, non offre nulla per affezionarsi ai suoi personaggi, al contrario propone un quadro umano fosco e disgustoso.
Non è difficile allora capire perché alla sua uscita nelle sale le critiche al film sono feroci. Arthur Bell del Village Voice definisce Cruising “lo sguardo sull’omosessualità più oppressivo e bigotto mai presentato sullo schermo”, mentre La National Gay Task Force lo paragona a La nascita di una nazione di Griffith, il film più razzista della storia del cinem. La recensione di Variety, infine, è una pietra tombale sulle sorti del film: “Se Cruising ha ottenuto la R di restricted, alla X resta solo la pornografia pura e semplice”.







