FINAL CUT: I CANCELLI DEL CIELO
L’epopea western di Michael Cimino segna la fine del cinema americano degli anni ‘70.
MEMORIE DI UN CINEPHILE
Una sera del 1982, durante la 39esima edizione del Festival di Venezia, venne presentata la versione integrale de I cancelli del cielo alla presenza di Michael Cimino. La proiezione era un evento di mezzanotte ma iniziò con circa due ore di ritardo. Così, verso le due del mattino, seduto in prima fila restai in una sala ormai semivuota ad assistere all’evento. Al termine, esausto, uscii dalla sala che albeggiava. Eravamo rimasti in pochi a resistere ad una maratona che si era protratta per 3 ore e 16 minuti. Ero stato colpito più dalla lunghezza del film e dalla sua maestosità che dalla storia e dai personaggi, tanto che decisi qualche settimana dopo di bissare l’evento e di recarmi a Roma alla Safa Palatino, dove si teneva per l’Estate romana la manifestazione “Ladri di cinema”, per rivedere il film ma soprattutto per assistere all’incontro con il pubblico di Michael Cimino che fu entusiasmante.
La mia impressione tuttavia non mutò. La pellicola di cui si conoscevano già le mille traversie che avevano portato a un flop critico e commerciale disastroso, tanto da mettere in ginocchio la United Artists che lo aveva prodotto, mi parve un’occasione mancata, piena di scene magistrali ma anche di sequenze interminabili, aggravata da un cast discutibile.
LA FINE DI UN’ERA
Dal 1981, dunque, I cancelli del cielo è stato sinonimo a Hollywood di fallimento. Un fallimento disastroso dato che la storica United Artists, nata nel 1919 dall’unione di alcuni dei mostri sacri del cinema muto, Charles Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e D. W. Griffith, fu costretta a chiudere i battenti a causa del crollo al botteghino di quest’opera gigantesca.
Ma c’è molto di più, perché I Cancelli del cielo segna anche la fine di un decennio d’oro per il cinema americano, quello degli anni ‘70 nel quale, come scrisse Variety, i detenuti avevano preso in gestione il carcere. Iconoclasti come Francis Ford Coppola, George Lucas, Robert Altman, Steven Spielberg e Martin Scorsese, avevano ottenuto carta bianca da un sistema scosso dalle proteste studentesche e imbolsito dal cinema retrivo degli anni ‘60.
Il fallimento commerciale di Heaven’s Gate, unito a quello di Apocalypse Now e Il salario della paura, tutte opere uscite a cavallo tra il 1977 e il 1980, segna la fine di questo glorioso periodo per il cinema statunitense e il ritorno al potere dei produttori.
Tuttavia c’è un’altra lezione da imparare da Heaven’s Gate, ossia che il fallimento di un film, al di là della sua complessità e dei rumors negativi accumulati in corso d’opera, dipende soprattutto dall’esito al botteghino. Sono, infatti, numerosi i casi di opere, sulla carta fallimentari, che hanno ribaltato con il successo commerciale il luogo comune diffuso a mezzo stampa. Alcuni esempi su tutti: Balla coi lupi, definito Kevin’s Gate prima dei sette Oscar, Titanic e Avatar di James Cameron, destinati entrambi, secondo l’opinione dei media, al disastro commerciale.
PECCATO DI HYBRIS
Dopo i cinque Oscar, per certi versi inaspettati, ricevuti per Il cacciatore, un’opera che affrontava la guerra del Vietnam e le tragiche conseguenze che il conflitto aveva avuto sugli americani che l’avevano, loro malgrado, combattuta, il regista Michael Cimino, in preda a una crisi di megalomania, vince tutte le battaglie in sede di pre produzione con la United Artists di Arthur Krim, inclusa quella per un cast di attori poco noti che include Kris Kristofferson, Isabelle Huppert, Christopher Walken e John Hurt, il final cut e soprattutto il diritto contrattuale a sforare il preventivo.
Dopo molti ritardi la lavorazione inizia il 16 aprile del 1979 in Montana con un budget iniziale di 10 milioni di dollari. Il perfezionismo di Cimino non ha limiti e le riprese subiscono subito dei rallentamenti. Gli esterni in Montana sono di fatto irraggiungibili dalla troupe e richiedono quasi tre ore di tragitto ogni giorno, inoltre Cimino pretende di girare di nuovo delle scene già chiuse settimane prima. I set diventano sempre più giganteschi e il paesino di Casper in Wyoming in cui è ambientata la sequenza di apertura è costruito per intero a Kalispell, in Montana, rallentando le riprese in misura rilevante. Dopo una sola settimana di riprese il regista porta a casa solo due minuti di girato. Così, dopo le prime due settimane di set, il regista accumula 10 giorni di ritardo sul previsto piano di lavorazione e dopo un mese e mezzo di riprese brucia gli 11 milioni e mezzo di dollari previsti dal budget iniziale. Al termine della lavorazione, il 2 ottobre, quattro mesi e mezzo dopo l’inizio delle riprese, Cimino ha girato quasi 460 chilometri di pellicola, coadiuvato dal leggendario direttore della fotografia Vilmos Zsigmond, per un totale complessivo di 220 ore, facendo lievitare il budget alla cifra astronomica di 44 milioni di dollari. I giornali si lanciano a capofitto nella storia e il Time definisce I cancelli del cielo “Apocalypse Next”, la prossima apocalisse, parafrasando il film di Coppola uscito un anno prima.
Cinque anni dopo l’ex dirigente della United Artists, Steven Bach, scrive un libro imperdibile sulla storia della produzione di Heaven’s Gate dal titolo Final Cut il film che affondò la United Artists, nel quale l’autore riflette sul fallimento dello studio e su quello di Michael Cimino: il pozzo di soldi disperso tra scadenze ineluttabili, riprese impossibili, storie di violenza compiute sugli animali, l’insistenza con la quale impone nel ruolo femminile Isabelle Huppert che non conosce una parola d’inglese. I rumors a mezzo stampa descrivono un regista dittatoriale sul set - soprannominato dalla troupe L’ayatollah - ma che nella realtà è amato e rispettato dalla troupe, come sostiene il giornalista Charles Elton nella biografia Michael Cimino, forse l’opera definitiva su questo artista, recentemente pubblicata da Baldini e Castoldi. Una volta arrivati al montaggio inizia un lavoro colossale per dare ordine alla mole mastodontica di materiale girato, che coinvolge ben tre montatori. La prima copia lavoro dura cinque ore e venticinque minuti ma è subito evidente anche a Cimino che il suo film non può uscire nelle sale con una durata simile. Così torna al montaggio e elabora una versione finale di tre ore e sedici minuti mentre la data di uscita è rimandata di un anno a causa della complessa post produzione.
IL FILM
Ora che la polvere del tempo si è depositata e il film ha guadagnato apprezzamenti, grazie anche a una riedizione Director’s Cut, presentata nel 2012 al Festival di Venezia e disponibile in streaming su MUBI o in Blu-Ray per i tipi della Criterion, Heaven’s Gate può essere visto nella sua versione originale con la dovuta serenità senza pesi mediatici da sopportare.
Se la pellicola incarna gli eccessi del sistema cinematografico autoriale degli anni ‘70 rappresenta anche lo spirito rivoluzionario dei suoi registi determinato a rifiutare i miti e le tradizioni che gli studios avevano sostenuto nei decenni precedenti.
Heaven’s Gate, tratto da un fatto di cronaca del 1890 e dimenticato dai libri di storia, è un anti western dove i cattivi sono coloro che nei film di John Ford sono rappresentati come le forze civilizzatrici che hanno conquistato il paese. In realtà, nell’opera di Cimino gli agricoltori, che vogliono difendere la loro terra dall’immigrazione ucraina, sono dei violenti che reprimono i sogni degli immigrati e della povera gente. Visto alla luce dei fatti di attualità americani, legati alla presidenza Trump e all’operato della polizia anti immigrazione dell’ICE, il film conferma, ben 45 anni dopo la sua uscita, una modernità sorprendente. Non è difficile immaginare la reazione del pubblico e della critica alla sua uscita nelle sale. I cancelli del cielo è un pugno in faccia al sogno americano e costringe gli spettatori a guardarsi allo specchio, riconoscendosi così in un popolo violento, senza remore, disposto a tutto pur di conquistare e mantenere la propria terra. Quanto di più lontano, dunque, dall’immaginario veicolato dal cinema legato al mito del west e della frontiera.
Sebbene il film risenta della mancanza di una star Kris Kristofferson è convincente nei panni di Jim Averill, l’uomo per bene, laureato a Harvard e mandato nel Wyoming come sceriffo mentre sta per esplodere una vera e propria guerra tra classi sociali. Una piccola banda di proprietari terrieri, la Wyoming Stock Growers Association, guidata dallo spietato Frank Canton (Sam Waterston), sta cercando di schiacciare i coloni sparsi per la contea. Usando accuse inventate di furto di bestiame, l’associazione stila un elenco di 125 persone considerate nemiche e recluta una squadra per ucciderle, con il tacito sostegno del governo degli Stati Uniti. Averill si mette in mezzo e il conflitto è inevitabile, anche con Nathan Champion (Christopher Walken), un sicario il cui concetto di lealtà è destinato a cambiare drasticamente.
Heaven’s Gate mette in scena, inoltre, un disinvolto triangolo amoroso alla Jules e Jim tra Averill, Nathan Champion ed Ella Watson (Isabelle Huppert), una donna francese che gestisce un bordello e accetta come pagamento anche il bestiame rubato.
La sequenza ambientata nel locale che dà il titolo al film, una pista di pattinaggio a rotelle nel centro della città, è una delle poche gioiose del film e si riallaccia alla splendida sequenza iniziale, di evidente matrice viscontiana, del ballo delle matricole.
Intanto, la politica del paese è determinata nei salotti lussuosi dei bianchi, come nella riunione del consiglio in cui Canton (uno spietato Sam Waterson) ottiene l’approvazione unanime dei proprietari terrieri per iniziare quella che diventerà la guerra della contea di Johnson.
La seconda metà di Heaven’s Gate dedica molto tempo al caos illegale che ne consegue ma l’intento è fare capire al pubblico che la violenza non è la sparatoria innocua mostrata in tanti film western che lo hanno preceduto. In questo caso parliamo di un vero e proprio genocidio, compiuto dalla upper class contro una popolazione proveniente per lo più dall’Europa orientale, con il governo impassibile spettatore. Il racconto appare, tuttavia, poco strutturato, alternando sequenze magnifiche con altre lente e per di più inutili allo sviluppo della storia, per non parlare di alcuni personaggi, uno tra tutti, quello interpretato da un giovane John Hurt, che risulta incomprensibile dal punto di vista psicologico. Anche la relazione d’amicizia tra Kris Kristofferson e Christopher Walken si dà per scontata senza portare motivazioni credibili allo spettatore. Non si capisce pertanto per quale motivo un aristocratico debba essere amico di un killer spietato che per di più gli insidia la donna.
Al di là di queste storture, che rendono però la pellicola in alcuni punti difficile da seguire, attingendo a vecchie fotografie d’epoca, Cimino e il suo leggendario direttore della fotografia Vilmos Zsigmond, senza dimenticare l’apporto fondamentale alle musiche di David Mansfield - già collaboratore di Bob Dylan nel disco Desire - creano l’epoca di fine ‘800 con una sontuosa attenzione ai dettagli che fa capire quanti soldi siano stati investiti nell’opera. Il regista chiede al pubblico di vivere in quello spazio più a lungo del previsto, proprio come nella magistrale sequenza del matrimonio che apre The Deer Hunter, della durata record di 51 minuti. In questo caso, però, è evidente che il regista ha perso la prospettiva ossessionato dalle minuzie.
IL KOLOSSAL AFFONDA
Martedì 18 novembre 1980 la versione di tre ore e 16 minuti debutta al Cinema I e Cinema II sulla terza avenue di New York. Il presidente della United Artists - Arthur Krim - è presente alla debacle e assiste alla rovina della casa di produzione da lui diretta. La critica parla di un disastro inqualificabile e con una mossa senza precedenti la major, su richiesta espressa di Cimino, ritira il film dalle sale per editare una versione dalla durata ragionevole. La nuova pellicola esce il 24 aprile del 1981 al Chinese Theatre di Los Angeles ma la sostanza non cambia. Nessuno va a vedere il film. Il costo totale è di 44 milioni di dollari ma al botteghino Heaven’s Gate incassa solo 1,3 milioni di dollari, una somma ridicola, pari a una media di 500 dollari a sala. La carriera di Cimino si chiude qui. Negli anni ‘80 il regista tenterà di risalire la china ma i risultati saranno sempre deludenti, fatta eccezione per il thriller L’anno del dragone.
La verità è che fin dall’inizio il western revisionista di Cimino non ha mai avuto una possibilità di affermazione. Le recensioni, infatti, sono subito apocalittiche per usare un eufemismo. Vincent Canby del New York Times lo definisce “un disastro senza precedenti”. Le cose non mutano quando pochi mesi dopo il film è distribuito nelle sale in una versione ridotta di 149 minuti. Roger Ebert sul Chicago Sun Times lo giudica “lo spreco cinematografico più scandaloso che abbia mai visto”. E’ difficile immaginare un interesse da parte del pubblico per un’epopea americana che narra come il paese sia stato costruito con i soprusi e la violenza. E tuttavia la storia de I cancelli del cielo come abbiamo già detto è ancora di straordinaria attualità, incentrata com’è sul conflitto tra gli immigrati che cercano una vita migliore e la resistenza intollerante dei nativi.
RITORNO AL PASSATO
La pellicola, come abbiamo detto, segna anche la fine del grande cambiamento hollywoodiano. Dice Scorsese: “I cancelli del cielo ha tagliato le gambe a tutti. Ho capito subito che eravamo alla fine, che qualcosa era morto.”
Gli fa eco Coppola: “C’è stato una sorta di colpo di stato. In quel periodo le case di produzione erano infuriate perché i costi crescevano a dismisura e i registi guadagnavano soldi a palate, dominando indisturbati. Così si sono ripresi il controllo.”
I produttori dunque si riprendono gli studios e i registi tornano a rispettare le regole. La grande restaurazione ha inizio e porterà a un cinema di plastica, fatto solo di supereroi e cartoni animati.
Alla luce del cinema odierno Heaven’s Gate non dovrebbe essere visto soltanto come la fine disastrosa di un decennio avventuroso, ma come una sorta di disordinata apoteosi, un’ultima sfida rivolta al pubblico affinché riconsideri l’epopea del western. E ora, decenni dopo, è giunto il momento di riconsiderare la nostra opinione su questa maestosa opera bigger than life.







