Autopsia di una scrittrice
La autobiografia di Patricia Cornwell e la serie Tv con Nicole Kidman rilanciano il personaggio di Kay Scarpetta.
“MI svegliai e fissai l’oscurità. Soltanto quando il telefono squillò di nuovo capii cosa mi avesse destato. Trovai la cornetta senza annaspare.
<<La dottoressa Scarpetta?>>
<<Sì.>> Allungai la mano verso l’interruttore dell’abat-jour e lo accesi.
<<Qui Pete Marino. Ne abbiamo trovata un’altra al 5602 di Berkeley Avenue. Mi sa che è meglio che venga.>>
Così, nel primo capitolo fa la sua apparizione nel romanzo Postmortem, il personaggio di Kay Scarpetta, la anatomo patologa e capo medico legale, creata da Patricia Cornwell, destinata a diventare un’icona letteraria nonché uno dei personaggi più amati per oltre trent’anni dai lettori di tutto il mondo, protagonista di ben 29 avventure, l’ultima delle quali, Taglio Letale, è datata 2025.
A rilanciare il personaggio è arrivata la serie televisiva Scarpetta disponibile su Amazon Prime, dopo una travagliata gestazione durata oltre vent’anni. Nel ruolo principale troviamo Nicole Kidman mentre nei panni di Pete Marino, il suo fidato assistente, c’è Bobby Cannavale. Questo per ciò che concerne i principali protagonisti. In realtà la serie presenta anche il duo in una versione più giovane a cui prestano il volto rispettivamente Rosy McEwen e Jake Cannavale.
Ma come si è arrivati a questo revival del personaggio dopo, diciamolo pure, una buona ventina di romanzi fotocopia che però hanno contribuito a gonfiare le tasche della Cornwell?
C’è lo spiega bene True Crime, un memoir, redatto dalla stessa Cornwell, uscito in questi giorni per il suo abituale editore italiano, Mondadori. Il libro è la classica autobiografia che ha però il pregio maggiore nella schiettezza con la quale la scrittrice racconta la sua infanzia e la sua adolescenza. Gran parte del racconto, inoltre, è occupato dalla gavetta che la scrittrice ha dovuto fare prima di approdare al successo. Il suo percorso creativo è, come spesso accade in queste bio, la parte più interessante del libro.
Nata il 9 giugno del 1956, Patricia Daniels (Cornwell è il cognome che adotterà da suo marito), discendente diretta di terzo grado della celebre autrice de La capanna dello zio Tom, Harriet Beecher Stowe, vive a Miami in un contesto familiare conflittuale che sfocia nell’abbandono del tetto coniugale da parte del padre (che ha una relazione con la sua segretaria) la sera di Natale, quando la bambina ha soli 4 anni. Traumatizzata, la Cornwell non riuscirà mai a superare l’evento che la segnerà per tutta la vita. Ad aggravare la situazione interviene anche una molestia sessuale all’età di 5 anni ad opera di una guardia giurata, altro evento che segnerà psicologicamente Patricia. Come se non bastasse, la madre è afflitta da crisi depressive e paranoiche. Per superare il dolore causato dal divorzio e allontanarsi da un ambiente oppressivo ella abbandona Miami e con Patricia e i suoi due fratelli, Jim e John, si trasferisce a Montreat, in North Carolina, sede del reverendo Billy Graham, uno dei predicatori più importanti degli Stati Uniti, figura leggendaria, della quale la mamma è diventata devota. Nel paese montano la Cornwell trascorre una vita solitaria, segnata soltanto dall’amicizia con la moglie del pastore, Ruth Bell. La madre inizia a dare segni di squilibrio mentale preoccupanti ed è ricoverata in maniera coatta in un ospedale psichiatrico dove è sottoposta a ben 10 elettroshock. Nel frattempo, Patricia e i suoi fratelli sono dati in affidamento temporaneo a una famiglia di mormoni che seguono con rigidità le osservanze cristiane. Come si può facilmente dedurre, Pat vive un’adolescenza ingrata il cui unico raggio di luce è rappresentato dallo sport. La ragazza, infatti, è una giocatrice di tennis appassionata che segue con interesse le imprese di Billie Jean King e di Chris Evert, due atlete che sogna di emulare. Proprio per questo talento è accettata presso l’università di Davidson dove studia Letteratura inglese. Qui si innamora, in un primo momento non contraccambiata, di Charlie Cornwell, il suo professore d’inglese, di vent’anni più grande. Ne segue una storia d’amore con alti e bassi e un matrimonio, nel 1980, destinato a durare nove anni. Tutti questi eventi drammatici portano la futura scrittrice a soffrire di disturbi alimentari, in particolare di anoressia e bulimia. Ironia della sorte, la sua amica e confidente Ruth Bell in Graham (migliore amica e madre spirituale) la convince a ricoverarsi nella stessa clinica psichiatrica dove era stata ricoverata la madre. Uscita dalla cura, senza in realtà avere risolto nulla, la Cornwell, ormai laureata, cerca un impiego e lo trova nel quotidiano The Charlotte Observer dove si occupa soprattutto di casi di cronaca nera. Nel corso di questa esperienza subisce uno stupro ad opera di un agente di polizia che ella però non denuncia. Successivamente, proprio per questa sua innata dimestichezza nell’affrontare casi drammatici, è assunta presso l’Ufficio medico legale capo di Richmond, dapprima come scrittrice tecnica (Technical Writer), occupandosi della stesura e della redazione dei rapporti scientifici, poi come Analista informatica (Computer Analyst), gestendo i sistemi informatici e i database dell’istituto. Grazie a queste mansioni assiste a centinaia di autopsie e studia a fondo le procedure forensi direttamente sul campo. Questa esperienza fa il paio con la passione per la scrittura. La Cornwell, dopo essersi dedicata per quasi dieci anni a una complessa biografia di Ruth Graham, mette a frutto le sue conoscenze nella scrittura di romanzi gialli. Il suo percorso come aspirante romanziere è altrettanto complesso. Prima di scrivere e pubblicare Postmortem nel 1990, Patricia redige ben tre romanzi, nessuno dei quali trova un editore disposto a pubblicarli. Questo percorso irto di ostacoli le permette tuttavia di mettere a fuoco la sua protagonista, Kay Scarpetta, una geniale patologa forense, ispirata alla dottoressa Marcella Fierro, medico legale capo della Virginia, con la quale la Cornwell collabora per diversi anni. E’ lei la fonte ispiratrice primaria di Scarpetta.
Postmortem riscuote immediatamente un successo clamoroso e rivoluziona il genere thriller, introducendo per la prima volta l’uso della scienza forense d’avanguardia come motore principale delle indagini. Il romanzo, un’indagine su un serial killer di donne che agisce il venerdì sera in Virginia, stabilisce un record assoluto nella storia della letteratura gialla: è l’unico romanzo a vincere tutti i maggiori premi letterari dedicati al genere crime in un solo anno, il 1991. I prestigiosi riconoscimenti ottenuti da Postmortem includono l’Edgar Award (per il miglior primo romanzo), il John Creasey Memorial Award (oggi noto come New Blood Dagger), l’Anthony Award (per la miglior opera prima), il Macavity Award (per il miglior primo romanzo) e, infine, il Prix du Roman d’Aventures, celebre premio letterario francese per il genere poliziesco.
La Cornwell ha finalmente trovato la gallina dalle uova d’oro e spremerà il suo personaggio facendone la protagonista indiscussa per ben 29 indagini. Ad onor del vero i primi tre romanzi sono i migliori della serie, nella fattispecie il già citato Postmortem, seguito da Oggetti di Reato e dopo da Quel che rimane. E’ inutile dire che le avventure di questo personaggio nel corso degli anni sono diventate sempre più ripetitive e le vendite sono calate non impedendo però alla Cornwell di diventare milionaria.
A rilanciare il personaggio è giunta ora la serie in otto episodi Scarpetta, su Amazon Prime da maggio, con critiche contrastanti.
Per arrivare alla trasposizione televisiva la Cornwell ha seguito un percorso problematico tanto quanto quello che lo ha portato a pubblicare il primo romanzo. A seguito del successo letterario nei primi anni ‘90, Patricia cede i diritti per una trasposizione filmica di Postmortem, desiderando come interprete principale Jodie Foster. Quest’ultima è oggetto di una corte serrata da parte della scrittrice ma rifiuta due volte l’offerta non volendo replicare un personaggio simile a quella Clarice Sterling de Il silenzio degli innocenti per il quale ha appena conquistato il suo secondo Oscar. Demi Moore allora si propone per il ruolo e la Cornwell accetta la collaborazione dell’attrice di Ghost prodigandosi di consigli e arrivando addirittura a farle assistere a un’autopsia. Il suo sbarco a Hollywood però la rende inquieta e indecisa, complice anche una certa propensione all’alcol, principale causa di un incidente stradale nel quale si salva per miracolo. In seguito a questo evento, la Cornwell abbandona la sua collaborazione con Demi Moore senza offrire spiegazioni all’attrice. Nel frattempo, il successo di titoli come il già citato Il silenzio degli innocenti, Se7ven, Zodiac e numerosi altri thriller incentrati sui serial killer e lo sbarco in Tv di show del calibro di CSI, NCIS e Criminal Minds rendono obsoleto il progetto di vedere Kay Scarpetta sul grande e/o piccolo schermo.
Arriviamo così ai giorni nostri quando, complice l’amicizia con Jamie Lee Curtis che si offre come produttrice, si decide di produrre una miniserie, che dovrebbe affrontare il progetto con il linguaggio evolutivo seriale degli anni 2000. A rendere possibile il lavoro interviene anche la Blumhouse di Jason Blum, specializzata nel genere horror, che ha al suo attivo titoli di successo quali Paranormal Activity, The Purge - Il giorno del giudizio, Sinister e Get Out, mentre alla regia è ingaggiato quel David Gordon Green, già artefice del reboot di Halloween, sempre prodotto dalla stessa major. Per la protagonista la scelta cade su Nicole Kidman che ha trovato un nuovo slancio di carriera sul piccolo schermo con titoli come Big Little Lies e The Undoing.
Ci sono pertanto tutti i presupposti per realizzare un ottimo prodotto e tuttavia il risultato è deludente anche se Amazon ha già annunciato la seconda stagione. A cosa si deve la delusione (che il sottoscritto condivide) dei fan?
Innanzitutto, per giustificare l’ingaggio della Kidman, over age rispetto all’età della Scarpetta letteraria, la showrunner Liz Sarnoff è costretta a fare confluire nella prima stagione televisiva due libri, il primo è per l’appunto Postmortem, laddove una Scarpetta giovane (interpretata da Rose Mc Ewen) indaga insieme a un giovane Pete Marino (Jake Cannavale, figlio di Bobby) sul serial killer soprannominato “il signore del sabato”. La seconda trama, invece, è presa dal romanzo Autopsia e vede una Scarpetta più avanti negli anni (per l’appunto la Kidman) tornare in Virginia per indagare su dei nuovi omicidi che potrebbero essere stati commessi dallo stesso maniaco di trent’anni prima. Se ciò fosse vero Scarpetta ne uscirebbe con la reputazione a pezzi. E tuttavia, senza fare spoiler, questa pista è un artificio narrativo per giustificare la presenza della Kidman come protagonista, con il risultato bizzarro di fare emergere, invece, la prova di Rose McEwen, perfetta nel ruolo con la sua aria algida ma al contempo fragile. Al contrario, la Kidman appare priva di espressioni, causa purtroppo degli innumerevoli ritocchi estetici che ne hanno deformato i lineamenti. Come se non bastasse, a queste due linee narrative se ne aggiunge una terza, quella incentrata sui rapporti familiari della protagonista, soprattutto con un’ ingombrante sorella (interpretata da una Jamie Lee Curtis sopra le righe che si mangia tutte le scene nelle quali è presente), e con la nipote Lucy interpretata da Ariana DeBose, già nominata all’Oscar per West Side Story. Nei romanzi della Cornwell, Lucy è una bianca ispanica, che la sorella di Scarpetta ha avuto in una precedente relazione, qui diventa afro americana. Lucy è da poco diventata vedova di Janet (Janet Montgomery), con la quale continua a intrattenere una relazione tramite un avatar creato dall’AI. Questa linea narrativa è ridicola e ininfluente sul plot principale. Il difetto principale della serie sta, dunque, nell’avere mischiato il thriller con la soap opera. E’ evidente che i due generi non funzionano assieme, con l’aggravante di togliere ritmo e suspense alle indagini che dovrebbero essere il motore centrale della storia. Insomma, Scarpetta è un’occasione sprecata. E’ un vero peccato perché gli elementi per realizzare un giallo teso ed emozionante c’erano tutti. Sarà per la prossima volta?






