SHINING, NEL LABIRINTO DELLA FOLLIA
Un film cervello, una discesa nell’inquietudine dell’essere umano.
UN’ARTE IN EVOLUZIONE
Il cinema si evolve grazie al genio e all’intuizione di alcuni folli visionari.
Nel dicembre del 1895 i fratelli Lumiére presentano al Café di Boulevard des Capucines a Parigi una loro invenzione chiamata cinematographe. Su un telo bianco si possono vedere degli operai uscire da una fabbrica.
Abel Gance, nel 1927, presenta il suo monumentale Napoleon proiettando tre immagini in contemporanea su tre schermi. Chiama questa tecnica Polivision. 30 anni prima di Hollywood ha inventato il formato anamorfico Cinemascope.
Nel 1926, i tecnici della Warner Bros acquistano dalla Western Electric il Vitaphone, un sistema per il sonoro sincronizzato con le immagini. Il 27 ottobre del 1927 è presentato il primo film sonoro, Il cantante di Jazz.
Nel 1977 George Lucas registra l’audio del suo Star Wars con una nuova tecnica chiamata Dolby Surround.
Nel 1974 Ed Di Giulio della Cinema Products Corporation presenta a Stanley Kubrick il filmato contenente alcune “riprese impossibili”, realizzate con una nuova invenzione dell’operatore Garrett Brown. Il regista di 2001 Odissea nello spazio guarda con attenzione le immagini che mostrano la macchina da presa navigare fra i rami dei pini di una foresta e inseguire una donna su per le scale del Museo di Philadelphia. Kubrick tenta di capire come sia stato possibile far galleggiare la macchina da presa senza alcun percepibile mezzo di controllo. Le riprese sono troppo morbide e fluide per essere state effettuate con qualsiasi tecnica convenzionale. Qualche giorno dopo il regista invia un telegramma a Di Giulio nel quale si congratula con lui, suggerendogli però di eliminare dal filmato le due occasioni in cui l’ombra del terreno offre la possibilità di vedere l’ombra di un uomo con qualcosa alla base di una canna che sembra muoversi lentamente. Il telegramma termina con una domanda: “c’è un’altezza minima a cui è possibile usarla?”.
Nel preciso istante in cui il cineasta vide quelle immagini incredibili decise che quella invenzione, chiamata steadycam, sarebbe stata sfruttata nel suo nuovo film, Shining.
UN ARTISTA INCOMPRESO?
Il destino di molti film di Stanley Kubrick è quello di non essere stato capito al momento della sua uscita. E’ successo con 2001: Odissea nello spazio, giudicato incomprensibile, si è ripetuto con Arancia Meccanica, condannato come un film violentissimo e non come un apologo sulla violenza nella società occidentale, e ancora con Barry Lyndon, giudicato calligrafico. Medesima sorte toccò a Full Metal Jacket nel 1987, penalizzato dal successo di Platoon un anno prima, vincitore di 4 premi Oscar. Rivisti entrambi, appare fuori discussione quanto il film di Kubrick ancor oggi sia attuale nei contenuti e moderno nella forma quanto la pellicola di Oliver Stone appaia imbolsita e retorica.
Non stupisce, dunque, che la stessa cosa sia accaduta a Shining, oggi riconosciuto come una delle più grandi opere del cinema horror che rivaleggia solo con un altro classico, L’Esorcista di William Friedkin, titolo peraltro molto ammirato da Kubrick.
Shining esce prima in America e poi in Italia, un paio di mesi prima di Vestito per uccidere di Brian De Palma. Il paragone, inevitabile, è tra un film manieristico come quello di De Palma (a suo modo una pietra miliare del thriller anni ‘80) e l’opera di Kubrick, che ai più pare fredda e poco coinvolgente.
Confesso di essere stato uno dei tanti che all’epoca sottovalutò Shining. Ero allora un adolescente, più attratto dal voyeurismo morboso di De Palma che dal razionalismo geometrico di Kubrick. Il pirotecnico stile del regista di origini italiane, in particolare la lunga sequenza di pedinamento nel museo, dove Angie Dickinson è sedotta da uno sconosciuto, mi aveva entusiasmato, mentre la rappresentazione asettica dell’Overlook Hotel mi aveva annoiato. Naturalmente mi sbagliavo. Ho rivisto Dressed To Kill (di cui abbiamo parlato un paio di settimane fa) e mi è parso un calco, riuscito, di Psycho e La donna che visse due volte. Al contrario, l’ennesima visione di Shining, fatta in questi giorni per questo approfondimento, mi ha confermato l’eccezionalità di un autore che con soli 13 film è considerato uno dei maestri del cinema.
IL FILM E IL LIBRO: DIFFERENZE SOSTANZIALI
Jack Torrance accetta un posto di guardiano per la stagione invernale all’Overlook Hotel. Raggiunto l’albergo insieme alla moglie Wendy e al figlio Danny, scopre che anni addietro il precedente guardiano si tolse la vita dopo aver ucciso la moglie e le due figlie. Danny, che possiede un particolare potere di preveggenza, ha delle inquietanti visioni di quanto avvenne. In realtà l’hotel è stregato e le forze maligne cercano di impossessarsi dello spirito del bambino spingendo il padre alla follia e all’omicidio.
L’undicesimo film di Kubrick, è il risultato di una caparbia ossessione del regista nel voler trasporre sullo schermo una storia dell’orrore, utilizzando le più sofisticate tecniche cinematografiche che il cinema, alla fine degli anni ‘70, poteva offrire. Il film è uno dei primi ad usare per l’appunto la steadycam, lasciando stupefatti gli spettatori più attenti per la fluidità e la perfezione di alcune scene che, fino a quel momento, potevano essere riprese solo con una traballante macchina a mano.
Terminata l’immane fatica di Barry Lyndon, Kubrick è alla ricerca di qualcosa di nuovo che faccia scattare la scintilla dell’eccitazione. Così, dopo aver analizzato e scartato decine di romanzi, trova nell’omonimo libro di Stephen King ciò che andava cercando.
Il Libro
Facciamo un passo indietro: Stephen King è reduce dal successo, imprevisto, prima di Carrie e poi de Le notti di Salem. I critici letterari americani hanno bollato lo scrittore del Maine come uno specialista dell’horror, etichettando così le sue opere come letteratura pulp. Tuttavia, King non si fa intimidire da questa definizione poiché considera le sue fonti di ispirazione - nell’ordine Bram Stoker, Mary Shelly, Shirley Jackson, Richard Matheson e tanti altri - dei veri e propri maestri letterari che rifuggono le stringenti categorie di genere. Così, nel 1974, sente la necessità di allontanarsi dal natio Maine, dove peraltro ha ambientato i suoi primi due successi, e si trasferisce con la moglie Tabitha e i due figli, Naomi (1971) e Joe Hill (1972) in Colorado, precisamente a Boulder. In autunno, King si reca con la moglie per un week end a 70 km dalla cittadina, presso l’albergo Stanley Hotel di Estes Park. Si tratta di un complesso residenziale enorme che chiude in autunno e in inverno per poi riaprire in primavera. King e consorte arrivano all’albergo il giorno prima della chiusura. L’hotel è semivuoto e ha un’atmosfera spettrale. La coppia alloggia presso la camera 217, sita in un lungo corridoio oramai disabitato, con degli estintori montati a distanza di qualche metro l’uno dall’altro i cui tubi, rivolti all’esterno, gli ricordano tanti serpenti pronti a scattare per mordere. Nel suo bagno c’è un enorme vasca in stile vittoriano, molto profonda, che poggia su dei piedi in ottone che ricordano quelli di un animale. Quell’atmosfera sinistra mette in moto le sinapsi di King che, turbato dalla situazione, scende al piano terra e si reca al bar dove viene servito da un cameriere azzimato di nome Grady. All’epoca il Re è un alcolizzato che rifiuta però di ammetterlo. Quando si affaccia nella grande hall per ammirare il paesaggio ha di fronte a sé le montagne, un cielo carico di nubi e si ricorda che, percorrendo la strada per arrivare fin lì, in auto si è imbattuto in un cartello che avvisa i viaggiatori che la strada è chiusa per tutto l’inverno. In quel preciso istante decide che il suo prossimo romanzo parlerà di un albergo maledetto ispirandosi al celebre romanzo di Shirley Jackson L’incubo di Hill House (lo ammette lui stesso nel saggio On Writing). Tornato a Boulder, il narratore si mette al lavoro e nel giro di pochi mesi compone il suo terzo romanzo che intitola The Shine. Quando il suo editor Bill Thompson legge il manoscritto teme davvero che la carriera del suo cliente sia arrivata a un vicolo cieco. Il rischio d’insuccesso, al terzo romanzo horror consecutivo, è alto ma King è convinto del suo lavoro e ha ragione. Il libro è subito un best seller e in edizione economica vende due milioni di copie con il titolo The Shining, i cui diritti vengono acquistati dalla Warner Bros che li gira poi a Stanley Kubrick, in cerca di ispirazione dopo il parziale insuccesso di Barry Lindon.
Il film
I cambiamenti che Kubrick apporta alla trama originale, criticati dal romanziere, trasformano il senso di Shining; due in particolare sono da ritenersi fondamentali: il finale, tanto complesso e aperto a mille interpretazioni nel film, quanto lineare e diegeticamente corretto nel libro, e il labirinto (assente nel romanzo) che fornisce una delle possibili chiavi di lettura dell’intera opera.
Da tradizionale racconto di fantasmi, Shining diventa nelle mani del regista una profonda riflessione sulla follia legata alla creatività e alla capacità dell’arte di invadere, in modo distruttivo, l’esistenza stessa dei protagonisti. Il labirinto che Jack osserva in una miniatura dell’albergo, intravedendo le figure della moglie e del figlio ormai sperduti fra curve e vicoli ciechi, è il corso stesso dei suoi pensieri in cui la logica vaga allo sbando, alla ricerca di una possibile via d’uscita.
Nel romanzo di King, Jack Torrance trova infine la forza di sfuggire alla possessione diabolica suicidandosi, nel film di Kubrick il protagonista è, invece, dannato sin dal momento in cui, con lucida follia, compone centinaia di pagine con l’ossessivo motto “Il mattino ha l’oro in bocca“ (in originale: “all work and no play makes Jack a dull boy“, cioè “troppo lavoro e nessuno svago fanno di Jack un tipo sciocco“). Le esplosioni di orrore che investono i protagonisti, sospese tra realtà e visione, sono in quest’ottica un progressivo avvicinamento al baratro della follia. La moglie di Jack, ormai coinvolta nel gioco omicida instaurato dal marito, varcherà infine la sottile linea che intercorre fra delirio e raziocinio quando, benché priva di poteri paranormali, osserverà come reali le inquietanti visioni di lussuriosi ospiti in maschera impegnati in una fellatio. Ma Shining è un labirinto in cui risulta fin troppo facile perdersi: meglio gustarlo come esemplare horror e lasciare che gli interrogativi, anche i più assurdi, sgorghino copiosi dalla sinistra visione di quella foto che chiude il film, datata 4 luglio 1921, in cui un Jack Torrance che non dovrebbe trovarsi lì, ci sorride sornione.
LE POLEMICHE
Nel 1977 King è già conosciuto grazie al successo ottenuto dal film tratto dal suo primo lavoro, Carrie lo sguardo di Satana, diretto da Brian De Palma (ancora lui!). Lo scrittore sta diventando un fenomeno. Quando esce Shining ha 32 anni e ha venduto 22 milioni di copie con tre romanzi e un’antologia di racconti. Pertanto, l’offerta di Kubrick lusinga il suo ego e gli pare una grande occasione. Ben presto però egli si rende conto che il regista non realizzerà un adattamento fedele del suo romanzo e preferisce mettersi da parte, lasciando totale libertà al cineasta. E’ cosa risaputa che King non ami il film e lo consideri, parole sue, “una grossa Cadillac senza motore”, piena di cose belle ma per lo più slegate tra loro. Al sanguigno scrittore non piace l’approccio realista di Kubrick, accusato di avere travisato il romanzo. Nel numero di Playboy del giugno 1983 compare un’intervista rilasciata a Eric Norden che, nei fatti, è un regolamento di conti. Secondo lo scrittore, il regista ha frainteso il libro. Kubrick è una persona che pensa troppo e sente poco. La principale colpa del regista è quella di identificare il male solo nei personaggi e non nell’albergo, per King una vera e propria batteria di malvagità. Kubrick non conosce le regole dell’horror e le ha disattese. Inoltre, l’interpretazione di Nicholson è considerata dallo scrittore grottesca e fuori fuoco.
Kubrick, dal canto suo, già nel 1980 parla del libro di King in termini riduttivi “...penso che nel romanzo, King indugi troppo nelle spiegazioni psicologiche, io ho tenuto l’essenza del personaggio, sfrondandolo di tante cose. Non penso che al pubblico mancheranno le parti del libro nelle quali King spiega il passato di Jack, i suoi rapporti col padre. Tutto ciò dal punto di vista narrativo in un film è irrilevante. Leggendo il romanzo, ho avvertito che King stava cercando di spiegare perché sono successe tutte quelle cose orribili, e penso che ciò sia sbagliato, poiché la forza principale della storia risiede nella sua ambiguità. Penso che l’ossessione di King sia stata quella di far capire a tutti che il suo romanzo fosse vera letteratura.”
Per Kubrick la sceneggiatura del film, realizzata con la scrittrice Diane Johnson, è molto più accurata e attenta alle relazioni interpersonali di quanto non lo sia il romanzo. In quanto alla Johnson il suo giudizio su King era sintetico ma ingiusto: “per essere sincera, non avevo mai letto i libri di King. Pensavo fossero il genere di romanzi che si compra negli aeroporti.”
Chi scrive ammira incondizionatamente sia Stephen King che Stanley Kubrick ma in questo caso ritengo che il regista statunitense abbia migliorato in maniera considerevole il romanzo di King, eliminando tutte le parti introspettive, asciugando la vicenda di tutte le derive narrative, necessarie in un romanzo, ma del tutto dispersive in un lungometraggio.
LA REALIZZAZIONE
La lavorazione di Shining è lunga e complicata. Dopo essersi baloccato con l’idea di tornare in America per girare il film in Colorado, il regista decide di restare in Inghilterra e di girare negli studi di Elstree, dove ricostruisce gli interni dell’albergo. Il rapporto con i due attori è problematico. Jack Nicholson è nel suo periodo lisergico e passa da un party all’altro, secondo lo storico John Baxter, consumando fiumi di cocaina. Al contrario, Shelley Duvall non riesce a capire cosa vuole il regista e deve ripetere le scene centinaia di volte. Il film sfora il piano di lavorazione, una cosa normale per i film di Kubrick, e alla fine esce in tutti gli Stati Uniti il venerdì 13 giugno del 1980. Gli incassi sono buoni la prima settimana poi calano del 29 per cento già dalla seconda e alla fine totalizzano negli Stati Uniti 30.9 milioni di dollari. Le reazioni della stampa sono ambivalenti. Newsweek lo definisce “il primo film dell’orrore epico, un film che sta agli altri film dell’orrore come 2001: Odissea nello spazio sta agli altri film di fantascienza.” Variety, invece, fa a pezzi la pellicola e in modo particolare la performance di Nicholson.
Esistono tre versioni di Shining. La prima, della durata di 146’, ha avuto un percorso breve. Dopo l’anteprima statunitense Kubrick decide, infatti, di eliminare la scena finale girata in ospedale tra il manager dell’albergo, interpretato da Barry Nelson, e Shelley Duvall. Troppe spiegazioni, sentenzia il critico Roger Ebert, e Kubrick, che ha la massima stima del critico del Chicago Sun Times, torna al montaggio ed elimina la scena. La seconda versione è quella da 144’, regolarmente distribuita nei cinema americani, pubblicata qualche anno fa anche nel mercato nostrano in un’edizione speciale in DVD, Bluray, 4k e Vod. Questa versione, lunga 22 minuti in più di quella europea, differisce da quest’ultima per una lunga serie di raccordi narrativi che servono a spiegare meglio i rapporti interpersonali della famiglia Torrance. In realtà non aggiungono nulla alla storia, al contrario la rallentano diluendo la tensione. Infine, la terza versione è quella uscita nelle sale europee e in Italia e dura 119’. A mio avviso è quella che rappresenta al meglio film, teso come una corda di violino e ridotto all’essenziale.
LA PELLICOLA
Il film ancor oggi è terrificante, fin dalle prime strepitose inquadrature iniziali. Il maggiolino di Jack Torrance percorre le tortuose strade di montagna in mezzo a scenari maestosi, resi inquietanti dalla musica di Krzysztof Penderecki. Con l’aiuto della steadycam, magistralmente pilotata dal suo inventore Garrett Brown, Kubrick disegna all’interno dell’albergo percorsi geometrici fatti di ipnotiche carrellate o di sinuosi pedinamenti, mentre il piccolo Danny sfreccia veloce tra i corridoi dell’hotel, inseguito o anticipato dalle sue terrificanti visioni.
La geografia dell’albergo, illuminata dal fidato direttore della fotografia John Alcott (premio Oscar per Barry Lyndon), diventa così impossibile da mappare e somiglia al labirinto di siepi nel quale Jack Torrance si perderà. La cucina e la sua dispensa, l’immenso salone nel quale lo scrittore tenta di scrivere il suo libro, il minuscolo appartamento e le innumerevoli stanze (su tutte la 237 of course) sono solo frammenti di un più ampio mosaico nel quale lo scrittore perderà il senno.
La forma sovrasta il contenuto in una messa in scena, commentata dalle musiche del già citato Penderecky ma anche di Gyorgy Ligeti, Béla Bartok e Wendy Carlos, che richiama il cinema muto con citazioni esplicite da Il carretto fantasma di Viktor Sjostrom (vedere per credere la sequenza in cui Jack abbatte con l’ascia la porta del bagno dove si è rifugiata la moglie, disponibile su Youtube) o da Nosferatu di Murnau e Il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene.
Interessante è anche il macabro senso dell’ironia del regista che si percepisce nell’interpretazione istrionica di Nicholson - molte volte sopra le righe in un over acting imposto da Kubrick - che culmina con la celebre battuta “Heeeere’s Johnny!” - da noi tradotta: “sono il lupo cattivo”, oppure nella grottesca fine di Scatman Crothers, accorso nell’albergo per soccorrere la famiglia.
TEORIE LABIRINTICHE
Una decina di anni fa l’uscita del documentario Room 237, diretto da Rodney Ascher, ha riacceso la discussione sulla pellicola. Come ogni film del maestro americano anche e soprattutto Shining è stato oggetto di discussione tra i fan del film e la critica circa i reconditi significati celati al suo interno. Una serie di indizi, spesso fuorvianti, che Kubrick ha disseminato nella sua opera con l’intenzione di far discutere anche dopo la proiezione. Per tornare al documentario è indubbio che alcune delle spiegazioni presentate sono convincenti, su tutte quella che inquadra il film come una feroce critica dell’imperialismo americano. L’Overlook Hotel, infatti, è costruito sul cimitero di una riserva indiana ed è legittima la tesi che l’albergo sia infestato dagli spiriti dei nativi americani.
Ad ogni nuova visione - o revisione - Shining innesca nuove riflessioni. Rivederlo alla luce della pandemia di qualche anno fa ci rammenta il nostro forzato isolamento e i rischi che comporta per la salute mentale.
Di tutte le teorie che ruotano intorno alla pellicola una vede l’Overlook Hotel come una metafora degli orrori generati dalla élite americana, un tema che si riallaccia al mondo della potente borghesia di Eyes Wide Shut. L’hotel ha una presenza minacciosa che incute timore in coloro che hanno la sensibilità per percepire le oscure presenze che lo abitano.
L’orrore è ricorrente lì, c’è stato, c’è e ci sarà ancora, suggerisce Kubrick nell’ultima inquadratura del film.








